Spesso si scrive e si parla di territorio, di valorizzazione, di bellezza, di turismo, di opportunità, di limiti – eccetera eccetera – ma la sensazione che ci parliamo addosso è forte, visto che i risultati nel nostro Paese non sono quelli desiderati. Così una domanda si pone sempre più frequentemente: «Ma di cosa stiamo parlando? E, soprattutto, a chi stiamo parlando?».
Branding, overtourism, marketing, target, content, social media… chi più ne ha più ne dice. Poi ti rivolgi ad una platea di studenti universitari e scopri che non conoscono né capoluoghi né province delle Regioni italiane, nemmeno riconoscono la Cappella Sistina e non hanno mai letto le “Città invisibili” di Calvino.
Allora forse bisogna fermarsi un attimo.
Se tutto questo lo stiamo facendo per le generazioni future, forse dovremmo prima lavorare sulla consapevolezza che queste devono assumere, perché senza consapevolezza non c’è territorio, solo marketing.
Quante volte ci concentriamo sui prodotti del territorio e su questi costruiamo emozioni senza pensare che il primo prodotto tipico di un luogo è l’Abitante. Quante volte ci siamo concentrati sul patrimonio, sulla tutela, sulla valorizzazione del materiale al quale attaccare etichette emotive e sensoriali, figli della definizione di luogo come spazio di relazioni e di Paesaggio, dalla Convenzione europea del 2000, come spazio “percepito”.
Ecco, sulla percezione dobbiamo lavorare, ma coltivandola, avendone cura,
agricoltori di contenuti immateriali che, attraverso semi, diventino “prodotto”
territoriale. Coltivare menti e cuori, persone se vogliamo che la valorizzazione sia un istinto non indotto, ma spontaneo.
Cura e cuore hanno la stessa radice, prodotti che hanno già dentro il sentimento, quel saper fare che è arte, creatività, made in Italy: qualcosa che abbiamo dimenticato.
Nel Diritto romano, la famiglia ha un ruolo importante per la società tanto da essere codificato con consapevolezza e responsabilità condivise: patrimonio e matrimonio. In una forma di archeologia dei significati recuperiamo la parola “matrimonio”, in associazione con “patrimonio”, legate tra loro da un significato complementare in una comunione sociale, economica e culturale.
- “Matrimonio”, da “mater” madre e “monium/munus”, “compito”, “dovere”, come da un precedente suffisso “mon” che trasforma il nome in aggettivo “relativo alla madre”, ovvero qualcosa, nello specifico un bene, che attiene alla madre.
- “Patrimonio”, da “pater” (familias) e ancora quel “monium/munus”, il compito del padre: “monium” indica appartenenza, pertinenza, per esteso, di un bene, di una ricchezza, diventa poi origine, “identtà”.
Patrimonio e matrimonio definivano compiti precisi e precise responsabilità
all’interno della famiglia, ovvero quel gruppo di persone legate tra loro, per
appartenenza, origine o altro, che per estensione possiamo considerare come “comunità”.
Il compito del padre è quello di custodire, difendere e ampliare la ricchezza
materiale, ovvero danaro, beni mobili e immobili che, una volta ereditati, non potevano essere venduti né sperperati, pena il carcere. Molti sono gli esempi di patrizie romane che, donando ai primi cristiani il proprio patrimonio hanno pagato con la prigione, e non solo, il gesto di estrema generosità. Per gli antichi romani non era una questione di bontà, ma il patrimonio era, ed è, qualcosa che appartiene all’identità di una famiglia/comunità e permette il riconoscimento nel tempo della stessa, va preservato, pena l’oblio.
Così il patrimonio diventa in inglese “heritage” proprio quell’ “eredità”, nel senso di bene comune, collettivo, identitario, che abbiamo il compito di tutelare per tramandare, come sangue di una comunità, di un territorio.
“La terra non si vende” è sempre stato un imperativo di quell’Italia contadina che ci ha permesso, con sacrifici, di avere oggi quel patrimonio che ci caratterizza: paesaggi, borghi, monumenti e quanto altro, seppur in tutte le trasformazioni ed evoluzioni necessarie nel tempo.
C’è un aspetto però che abbiamo dimenticato nella dualità che accompagna il crescere di una famiglia/comunità: il compito della madre, quello di custodire, difendere e fare crescere la ricchezza immateriale, quella affettiva, emotiva, culturale, ovvero i figli: le nozze sancivano questa comunione di doveri.
Il diritto romano dava dunque pari responsabilità all’uomo ed alla donna, seppur in ambiti diversi, per lo stesso bene, la famiglia: il matrimonio importante come il patrimonio, gli affetti, l’educazione, il sentimento, la cura delle future generazioni al pari dei beni materiali.
Così, nel tempo, non solo abbiamo dimenticato la necessaria complementarietà tra patrimonio e matrimonio, ma il ruolo importante dell’emotività, del sentimento, così non abbiamo coltivato le persone, non ne abbiamo avuto cura, non abbiamo fatto crescere gli abitanti al pari dei loro monumenti, dei loro paesaggi, del loro territorio, rompendo spesso quella relazione, quel legame di appartenenza che piano piano si è
andato perdendo, allontanandoli dal ruolo di “custodi” coscienti e responsabili, come dal senso di “dovere”, di compito assegnato agli eredi, a noi.
Abbiamo perso l’emotività del patrimonio, la parte invisibile che dà senso al bene, al di là del suo valore artistico o economico.
Quindi oggi fermiamoci a riflettere e, a presa di coscienza avvenuta, non possiamo più parlare solo di patrimonio culturale, ma anche di “matrimonio” culturale, restituendo spiritualità ai nostri territori, ai prodotti e a noi stessi.
Non può esserci patrimonio senza matrimonio.
di Daniela Cavallo








