Intervista a Nicola Bellini, ordinario di economia e gestione delle imprese alla Scuola superiore Sant’Anna di Pisa, con un passato nella società di ricerche Nomisma di Bologna e nelle Regioni Emilia-Romagna e Toscana. Membro del centro di competenze stcc – sustainable tourism competence center.
Le diverse crisi cosa evidenziano, dal punto di vista dello scenario?
«Si tratta di una valutazione ancora difficile da compiere. I dati sulla natalità e mortalità delle imprese probabilmente ancora non riflettono l’entità dell’impatto delle diverse crisi. Ciò che non possiamo ancora dire è – sopratuttto – se si tratti di una selezione che premia i migliori e dalla quale usciremo più snelli ma con una competitività almeno intatta, oppure se si tratta di una “selezione avversa”, in cui proprio i migliori sono colpiti, in quanto più esposti alla congiuntura internazionale o finanziariamente indeboliti da scelte di investimento coraggiose che non hanno portato il risultato auspicato. E quest’ultimo è ovviamente uno scenario molto preoccupante».
Una volta llItalia era famosa per il “piccolo è bello”. Si torna al primato del piccolo? Con quali evidenti differenziazioni?
«Personalmente la contrapposizione basata sulle dimensioni di impresa non mi ha mai convinto molto, dice assai poco sulla natura vera e sul posizionamento strategico (e quindi sulle prospettive) della singola impresa. Nella galassia delle piccole imprese ci sono realtà eccellenti come pure realtà fragilissime. Certo non mi pare oggi né realistico né saggio ritornare tout-court alle celebrazioni del “piccolo”».
Perché?
«Le accentuano le debolezze di imprese non sufficientemente attrezzate sul piano dell’innovazione e dell’internazionalizzazione. Aprirei piuttosto una riflessione sul ruolo che le medie e soprattutto le grandi imprese possono avere nello sviluppo. E su come le politiche possano più efficacemente dialogare con loro».
Quali sono i settori dell’economia in grado di offrire le migliori prospettive?
«Le criticità appaiono senza dubbio più forti nei settori “tradizionali” come il tessile-abbigliamento, la filiera del cuoio, l’oreficeria e il lapideo, ma anche qui inviterei a distinguere dentro i settori tra impresa e impresa. Si può stare nell’hi-tech ed essere comprimari, vittime predestinate del prossimo rivolgimento, ma anche stare nei settori tradizionali ed essere invece protagonisti».
Cosa conta?
«Nell’economia contemporanea ciò che conta, prima ancora del settore, è la quantità e la qualità della conoscenza che un’impresa riesce ad incorporare ed a vendere insieme al suo prodotto, sia esso un paio di scarpe, una bottiglia di vino o un componente elettronico. Questo vale non solo nella manifattura, ma anche – ad esempio – per il turismo: c’è quello della rendita e quello che adotta comportamenti imprenditoriali moderni e innovativi».
Come vede la competitività nel futuro prossimo?
«Il Paese mantiene intatte tutte le potenzialità per essere un grande laboratorio dell’economia della conoscenza ed in particolare di quella green economy, che sappiamo essere una prospettiva promettente, capace di integrare le varie anime dell’economia regionale (industria, servizi, turismo, agricoltura), di cui parliamo molto facendo ancora troppo poco».
Forse perché mancano gli imprenditori?
«Gli ingredienti ci sono, manca la ricetta. C’è bisogno di uno sforzo corale di pubblico e privato. In mancanza di questo ci adageremo nell’economia della rendita, cominciando un percorso di possibile decrescita, economicamente e socialmente insostenibile».
Tornando alle piccole imprese – spesso frutto di creatività e coraggio imprenditoriale – che prospettive vede?
«Ovviamente dipende dal mercato di riferimento. A me pare tuttavia che di fortini inespugnabili, in cui trovare riparo, ce ne siano sempre meno e – quindi – i diversi segmenti durano soltanto se vengono costantemente e rapidamente studiati, analizzati, ridefiniti e reinventati. Oggi una strategia di posizionamento deve risultare molto dinamica: richiede l’eccellenza dei migliori, non l’azzardo dei disperati».
Il prof. Nicola Bellini interviene a “conversazioni slow”







